Dai diamanti non nasce niente
  
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In un incessante dialogo con l'assente, Serena Pompili, giovane poetessa romana, delinea un percorso ascensionale dall'amore alla scrittura. Un cammino, quello che passa dal "chiamare" fino allo "scrivere", sorretto dalle voci di altri poeti, i cui echi si rispondono in tutta la raccolta. Sebbene il primo dei riferimenti, quello al Barthes dei "Frammenti di un discorso amoroso", lascerebbe presagire una calcinazione della parola poetica, uno smembramento del tessuto linguistico in brevi tocchi sparsi, la raccolta mantiene in sé una propria e profonda unità. I venti gesti ripercorrono la prova che, oltre Serena Pompili, la poesia stessa si affronta nel superamento del lutto amoroso, le cui tracce si ritrovano così nel mondo con cui il corpo e la penna, che ne diviene prolungamento, entrano a contatto. 
I "Frammenti di una gestualità amorosa" sono allora quelli materici della carne, della terra o della pietra. Elementi che partecipano della tensione poetica della parola, il "vento" o le "spighe" ne restano, d'altra parte, gli unici confidenti. Testimoni dell'esorcismo del dolore, sostengono la prova inaugurale dell'autrice che vi lega i propri gesti poiché, come insegna Baudelaire ancora prima di De André, se è vero che "dai diamanti non nasce niente", col duro lavoro del poeta, il "fango" può, invece, farsi "oro".
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