Agghiacciante racconto di una terrificante ossessione, “Berenice” narra la storia di Egaeus, giovane uomo tormentato da sogni e visioni aberranti. Egli soffre di un disturbo dell’attenzione, una sorta di delirio parziale, che lo porta e a isolarsi completamente dal mondo esterno, tra le pareti della propria biblioteca, e a fissare la propria attenzione su oggetti privi di significato. 
Parallelamente, emerge il personaggio di Berenice, sua cugina e in seguito sua sposa, una giovane donna piena di vita, agile, spensierata e felice, la quale, però, sviluppa ben presto una malattia sconosciuta che la consuma fisicamente e spiritualmente. Solo i suoi denti restano intatti e acquisiscono una forma e uno splendore ipnotici agli occhi di Egaeus, il quale inizia a diventarne ossessionato.
Il racconto fu originariamente pubblicato nel 1835, ottenendo un grande successo, nonostante il profondo scandalo destato nei lettori per la crudeltà della vicenda, ai limiti del sadismo. In essa ritroviamo molte delle idee fisse e dei temi ricorrenti nel lavoro dello scrittore di Baltimora. Oggi “Berenice”  si trova nelle numerose antologie dedicate alle migliori novelle di Poe e rappresenta una delle poche storie gotiche legate al vampirismo (sia pure in maniera allusiva e simbolica) nell’ambito di quel periodo della letteratura americana. 
Forse la sintesi più efficace di “Berenice”  è quella fornita da Robert Louis Stevenson, l’autore del “Dottor Jeckyll e Mr. Hyde”, il quale la definì una storia transitante “sul terreno scivoloso tra sanità mentale e demenza”, capace “di sfiorare una corda nel seno del lettore, ma una corda che, tuttavia, sarebbe meglio non toccare”.
 
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